LA BIODINAMICA DELLA PAROLA

Scrive il filosofo James Hillman in Il Codice dell’Anima: “Quando guardiamo una faccia davanti a noi, o una scena fuori dalla finestra, o un quadro alla parete, noi vediamo un tutto, una Gestalt. Tutte le parti si presentano simultaneamente.

Non c’è un pezzo che ne causa un altro o che lo precede nel tempo. Non ha importanza se il pittore ha inserito le macchie rosse per ultime o per prime, le striature grigie dopo un ripensamento o come struttura iniziale, o se magari esse sono segni residui di un’immagine precedente rimasti sulla tela: ciò che vediamo è esattamente ciò che c’è da vedere, tutto in una volta. E’ così anche per la faccia che ci sta di fronte: carnagione e lineamenti formano un’unica espressione, un’immagine sola, data tutta insieme”.
Questo guardare tutto insieme, simultaneamente, è fondamentale nel nostro lavoro di operatori di craniosacrale. E’ ciò che facilita nel cliente la riconnessione di parti che erano diventate inerti o che non partecipavano più allo scorrimento naturale, al movimento intrinseco del campo di cellule, fluidi, tessuti. Un campo che è unificato e che rimane sempre un’unità, anche se noi, per studiarlo, abbiamo bisogno di dividerlo in ossa, muscoli, organi, eccetera. Ogni volta che apriamo la nostra percezione all’insieme del corpo fisico del nostro cliente, ci sintonizziamo con l’immagine (che è anche sensazione, suono, visione) unitaria della sua persona come un tutto. Questo sguardo ha bisogno di essere contemplativo. Intendo con questo che non può essere uno sguardo diagnostico, che analizza il sintomo, o che vuole capire. Non analizza il fulcro di inerzia o le risorse, ma li contempla.

La parola contemplativa

Uno sguardo contemplativo è la base per un linguaggio che non separa, un linguaggio che chiamiamo di presenza. Quali sono le sue caratteristiche?
Gli studi delle neuroscienze sulle differenze tra cervello destro e cervello sinistro e sui due mondi che questi emisferi rappresentano ci aiutano a capire meglio la differenza tra un linguaggio che separa e un linguaggio che connette.
Nel suo ultimo libro The Master and his Emissary, il neuroscienziato Iain McGilChrist, spiega che un motivo per cui i nostri due emisferi cerebrali sono divisi, è il bisogno dell’uomo di utilizzare due tipi di attenzione: una ristretta e focalizzata sui nostri bisogni di sopravvivenza e una ampia e aperta a ciò che nel mondo c’è oltre a noi stessi. Negli uomini, ma anche negli uccelli e negli animali, l’emisfero destro si apre a un’attenzione flessibile e globale, mentre quello sinistro esercita un’ attenzione focalizzata. Scrive McGilChrist: “L’emisfero destro vede le cose come un tutto, e nel loro contesto, mentre il sinistro vede le cose astratte dal loro contesto, le divide in singole parti e poi le ricostruisce come un intero. Questo intero è però qualcosa di molto diverso dall’intero del cervello destro”. In un altro capitolo del suo libro l’autore spiega che una lesione all’emisfero destro può produrre l’impossibilità di riconoscere un viso, oppure l’impossibilità di provare empatia, formare legami, comprendere emotivamente l’altro.
Questa capacità di cogliere la globalità è presente sin dai primissimi giorni di vita. Per molto tempo l’infante è, potremmo dire, tutto cervello destro (l’emisfero sinistro e quindi le capacità linguistiche si sviluppano più tardi) coglie quindi la realtà in modo olistico e non è in grado di separare le cose o le diverse modalità percettive. Il Baby’s Brain Buddha, come lo chiama Franklyn Sills, conosce il mondo simultaneamente.
Può sembrare forse bizzarro, ma per allenare uno sguardo e quindi un linguaggio contemplativo, ci possono aiutare le osservazioni su come i bambini creano le prime rappresentazioni, su come i bambini percepiscono la realtà prima di entrare nella verbalità e quindi prima di aver sviluppato pienamente le capacità linguistiche che sono gestite in gran parte dall’emisfero sinistro del cervello. Abbiamo bisogno di tornare a un periodo della vita in cui non siamo ancora in grado di parlare, per aprirci a una parola che nasce dal cuore, dall’accettazione e dalla compassione. Nelle prime fasi della vita i bambini sono Baby’s Brain Buddha, questo significa che sperimentano il mondo come una unità globale e le loro percezioni, secondo gli studi di Daniel Stern e altri psicologi dello sviluppo, sono di tipo amodale. I bambini percepiscono il mondo e collegano le diverse percezioni visiva, auditiva, ecc., non in base ai singoli oggetti che ancora non sono in grado di nominare, ma in base alle qualità globali dell’esperienza. In altre parole c’è la capacità di collegare per esempio una percezione auditiva e una visiva in base all’intensità. I bambini piccolissimi sono un po’ come i poeti. La poesia ci offre infatti infiniti esempi di metafore in cui assistiamo al passaggio da un canale sensoriale all’altro. La forza espressiva di molte metafore, deriva anche da questo accesso a un tipo di percezione amodale che la poesia rende possibile.

La mattina in cui assieme a Lei, vi dibatteste tra i fulgori della neve, quelle labbra verdi, i ghiacci, le bandiere nere e i raggi azzurri, e i profumi purpurei del sole dei poli, - la tua forza.

In questo brano meraviglioso di Rimbaud abbiamo un’esperienza che coinvolge diversi canali sensoriali (cinestetico: vi dibatteste) visivo (labbra verdi, bandiere nere, raggi azzurri) e nell’espressione i profumi purpurei, un profumo viene tradotto con un colore. Ecco un esempio di linguaggio contemplativo, che si apre alla natura delle cose in modo diretto e non mediato da preconcetti. Ma sentiamo ancora cosa ci spiega Mcgilchrist: “Il cervello risponde al mondo in due modi molto diversi e, facendo questo, crea due mondi. In uno facciamo esperienza di un mondo di individualità viventi sempre uniche, sempre in un flusso, in una rete di interdipedenze, che forma e riforma un tutto, un mondo in cui tutto è interconnesso. Nell’altro facciamo esperienza di una versione ri-presentata del mondo precedente che contiene ora entità separate, statiche, frammentate. Entità raggruppate in classi in base alle quali possiamo fare delle previsioni. Questo tipo di attenzione isola, fissa ogni cosa esplicita mettendola sotto il faro dell’attenzione. Facendo questo rendiamo le cose inerti, meccaniche e senza vita. Allo stesso tempo questo ci permette di conoscere le cose e di imparare a fare le cose”.

Una delle differenze più conosciute tra i due emisferi riguarda linguaggio. Il linguaggio, si diceva, è un compito del cervello sinistro, mentre il destro è muto e si occupa delle immagini. Se fosse vero solo questo, come sarebbe possibile la poesia che unisce parole e immagini? In realtà oggi si è scoperto che entrambi gli emisferi si relazionano sia al linguaggio verbale che alle immagini, ma in modo differente.
L’emisfero destro prende qualunque cosa venga detta all’interno del suo contesto. E’ inoltre specializzato nell’uso delle metafore. Processa quindi tutti gli aspetti non lineari del linguaggio. Il cervello sinistro, al contrario, non capisce i significati impliciti di una frase. Per esempio: “In questa stanza fa troppo caldo” per il cervello destro significa che è meglio aprire una finestra, mentre per quello sinistro significa che ci saranno quasi 30 gradi. Gli viene in mente un dato meteorologico. Per lo stesso motivo il sinistro non capisce l’umorismo, che richiede sempre la capacità di comprendere il contesto.
Il cervello sinistro opera in un sistema di forme e immagini astratte che rimangono invariate nel tempo (li chiamiamo anche schemi, credenze, convinzioni fisse) mentre quello destro si interessa a ciò che distingue una cosa dall’altra e si interessa a ciò che è nuovo, mai conosciuto. Alle cose che esistono e si rivelano nel presente. Poichè il suo linguaggio si radica nelle cose nel loro contesto, il suo principale interesse è la relazione tra le cose. (di Rosella Denicolò)