EMPATIA CORPOREA intervista a Vezio Ruggieri

Cosa c’entrano i nostri muscoli con la nostra capacità di commuoverci, di provare tristezza di fronte a una persona che sta male, di riconoscere il disgusto in una smorfia?

Durante la visione di un qualsiasi oggetto o persona, c’è un segnale che dall’occhio arriva al cervello e che poi dal cervello coinvolge i muscoli che producono a loro volta un segnale che arriva al cervello e che si lega a ciò che sto vedendo. Questa parte muscolare della traduzione del segnale visivo, è la base del sentire.

Sono quindi queste variazioni di tono muscolare che producono le sensazioni?

Sì, del sentimento. I muscoli non servono solo alla statica o al movimento, ma a produrre il sentire. Una funzione che non è stata studiata dalla fisiologia tradizionale.

Percepiamo quindi con tutto il corpo?  

Il feeling ha un meccanismo fisiologico in tutte le esperienze connotative. È quello che mi dà il senso di piacevolezza o di non piacevolezza in ciò che percepisco. Se per esempio osservo un quadro astratto questo non è solo una serie di informazioni cromatiche, di distribuzione di linee e di forme. Perché ogni volta che vedo linee, forme e volumi li riscrivo nel corpo come variazione tonica che diventa un nuovo segnale. Questo significa che avrò variazioni di tono e quindi sensazioni diverse davanti a un Kandinsky rispetto a un Mondrian.

Sta parlando quindi di una capacità innata.

Sì, una funzione innata che può essere educata e sviluppata.

Anche se la parola empatia è nata in riferimento all’esperienza estetica uno degli ambiti in cui si è sviluppato lo studio di questa qualità umana è quello della relazione. In psicoterapia, per esempio la qualità empatica è uno dei fattori chiave dell’efficacia terapeutica. Cosa allora succede quando sono di fronte a un’altra persona?

L’altra persona non sollecita solo operazioni visuo-percettive, ma anche una trascrizione nel corpo legata a quello che vedo. Provi a fare questo esperimento: immagini di incontrare una persona che considera molto bella. Lo sta facendo?

Dopo un momento di disorientamento- non mi aspettavo l’esperimento in diretta - rispondo di sì.

E ora osservi cosa le succede nel corpo in rapporto a quella bellezza. Sente qualche cambiamento?

Sì, si amplia un po’ il respiro a livello dell’addome.

In altre parole, si è modificata la tensione muscolare dell’addome e quindi è cambiato anche il respiro. Lo stimolo è stato riscritto nel suo corpo perché i muscoli sono una grande macchina da scrivere e danno la coloritura emozionale all’ esperienza.

E questo in che relazione è con l’empatia?

Una componente importante dell’empatia è la microimitazione. Mi spiego: se siamo di fronte a una persona che piange, in noi si crea un atteggiamento di quasi-simil-pianto che ci permette di capire cosa sta provando l’altro. Ripetiamo cioè fisicamente, attraverso microtensioni dei muscoli del viso, e anche del resto del corpo, lo stesso schema motorio del pianto.

Significa che posso capire i sentimenti dell’altra persona perché i miei muscoli riscrivono le sue stesse tensioni?

Lo abbiamo osservato e misurato in laboratorio: se uno fa una smorfia, la persona che lo osserva tende a riprodurre la smorfia anche se non ne è cosciente. Una riproduzione che a volte è piccola piccola. La smorfia ha in sé una connotazione emozionale. Può esprimere, per esempio, disgusto. Microimitando, attraverso variazioni di tono dei miei muscoli, percepisco che quella smorfia sta esprimendo un disgusto e non per esempio un dolore o rabbia. Questo processo è la base dell’empatia.

Lei prima diceva che la capacità di empatia può essere anche sviluppata.

Certamente… e si può anche ridurre. È molto semplice: basta irrigidire i muscoli. È un po’ come mettere qualcosa che blocca i tasti della sua macchina da scrivere.

Quindi le tensioni muscolari ci impediscono di sentire quello che l’altro sente, di entrare in empatia?

È più corretto dire che riducono la gamma del sentire e spesso rendono possibile solo alcuni sentimenti e non altri. Con le tensioni croniche si verifica una stereotipia degli schemi delle variazioni toniche e quindi anche delle sensazioni.

 Quindi il nostro modo di sentire dipende da come siamo organizzati fisicamente…

Da come il cervello organizza le tensioni e da come le tensioni educano il cervello. La scoperta più significativa di tutto questo discorso, la scoperta copernicana, è che non è più solo il cervello a sentire. Il cervello senza i muscoli non ha niente da fare, non sente. Però allo stesso tempo: chi muove i muscoli? Il cervello. E li muove in rapporto a quello che i muscoli gli dicono.

Un circuito continuo di feedback dove quello che succede ai nostri muscoli ha effetto su ciò che succede al centro e viceversa. Questo significa che posso ampliare la mia capacità empatica sciogliendo per esempio le mie tensioni muscolari

Un lavoro puramente meccanico non è sufficiente. Le tensioni corporee croniche sono meccanismi di difesa che il sistema mette in atto in modo automatico (e fuori dalla coscienza) per proteggersi da emozioni che sono vissute come minacciose. Il lavoro è quindi più complesso e riguarda oltre la dimensione fisico-esecutiva anche quella immaginativa. Quello che emerge dagli studi è che se modifichiamo il corpo, modifichiamo l’immagine che abbiamo di noi stessi e che se modifichiamo l’immagine, modifichiamo il corpo.

Sviluppare l’empatia è quindi un processo molto lungo…

Qualche volta è rapidissimo. Altre volte il pericolo è destrutturare la persona che affida la sua stabilità psicologica ad alcune tensioni croniche. Se elimini queste tensioni togli anche i pilastri e la persona non trova più un appoggio.

Detto in altre parole: non trova più la sua identità?

L’identità è proprio questa corrispondenza tra l’autorappresentazione immaginativa, l’immagine di sé e la conferma che della medesima dà il corpo.

Vorrei tornare alla capacità empatica. Oltre alla struttura della personalità mi pare che questa risenta anche di fattori più estemporanei. Una situazione di forte stress, per esempio, come la influenza?

Lo stress è una sequenza che ha diverse fasi. Una fase di resistenza in cui si verifica un aumento di tensione. E come abbiamo visto l’aumento della tensione muscolare abbassa la capacità di sentire. Se la situazione di stress si protrae nel tempo, da una fase di ipertensione si passa a una fase di ipotensione da fatica. In quel caso sentiamo meno perché l’apparato muscolare non partecipa, perché siamo troppo stanchi. Entrambi questi stati portano a un ovattarsi della sensibilità.

Torniamo per un po’ alla centralina. Che relazione c’è tra i meccanismi di microimitazione e i neuroni specchio?

Sono due aspetti dello stesso meccanismo. Del resto uno degli esperimenti con l’utilizzo della miografia (misurazione della tensione muscolare) che ipotizzava l’esistenza della relazione tra il centro - l’encefalo - e la periferia, è ancora dell’86. Molto prima che fossero individuati i neuroni specchio.

L’esperimento sull’effetto dei colori risale all’89. Come si fa a dire che un colore è caldo e uno è freddo? Abbiamo misurato la temperatura del corpo e a tutto il gruppo di studio saliva di un grado con i colori caldi, mentre rimaneva invariata con quelli freddi. È documentato: giallo e rosso innalzano la temperatura corporea.

C’è un esempio interessante nel suo libroL’identità in Psicologia e Teatro’.Se dico mentre sono seduta in poltrona: “vado in cima alla collina”, nel mio corpo sono misurabili delle microvariazioni di tono corrispondenti a quella immagine.

Facciamo un altro esperimento: cos’è per lei un movimento? La sua idea di movimento quale è?

Un’azione del mio corpo nello spazio

Sì, cosa si muove nello spazio nel suo caso? Qual è l’immagine in questo momento?

Le braccia e la parte alta del corpo. In questo momento è così.

Benissimo…in questo momento immagina quel movimento delle braccia. Se adesso le chiedo di bloccare l’articolazione del gomito e quella della spalla… provi a immaginare ancora quel movimento. Ci riesce?

Faccio più fatica

Ha capito il meccanismo? È il corpo che dà il là all’immaginazione e non il contrario. D’altra parte cominciamo tutti così. Un bambino non inizia la sua avventura nel mondo immaginando. Le sue prime esperienze sono corporee. Anche il senso del suo corpo nello spazio è una delle prime funzioni che si attiva. E lì che nasce l’immaginazione. (di Rosella Denicolò)

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